“Dottoressa, il suo tempo è finito…mi dispiace”

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Claudio e la sua storia giunsero da me per “caso”: una collega anziana con cui avevo condotto delle osservazioni su bambini con DSA mi propose – Ti va di provare l’impossibile?Un caso disperato, già se riesci a fargli dire due parole, a farti guardare negli occhi, non si riesce a comunicare con lui, vedrai…sarà molto frustrante.

Sorrisi e le chiesi “Chi è? Come si chiama?”

“Claudio…vive in strada per scelta, non riusciamo a tenerlo nella stessa struttura di accoglienza per più di una settimana, è in perenne fuga, la famiglia è benestante ed è in contatto continuo con i servizi sociali e “noi”.

Come previsto Claudio non venne al primo appuntamento, non venne al secondo e neanche al terzo.

La mia collega mi accennò telefonicamente che claudio si trovava in un periodo particolarmente buio:

il suo livello di vigilanza era temporaneamente alterato dalla somministrazione massiccia di sedativi che gli stavano somministrando per tamponare una crisi scatenata dall’intervento repressivo delle forze dell’ordine e dei Sanitari, per impedirgli l’ennesima fuga.

Incontrai Claudio in un giorno di sole, venne da me accompagnato dalla sorella  e dalla mia collega.

Mentre le due donne mi sorridevano cercando nel mio sguardo una qualche forma di intesa, lui sembrava non accorgersi neanche della loro presenza.

Non mi guardò in viso, il suo sguardo era diretto verso l’alto, non fisso, ma sfuggente.

Ero tesa, e stranamente non sentivo alcun segno dal  mio” demone” interno, nulla che potesse suggerirmi alcun percorso che mi permettesse di  raggiungere quel ragazzo.

Dovevo cambiare qualcosa di quel setting, dovevo farlo  subito.

Invitai la sorella di Claudio e la collega ad uscire, a lasciarci soli, e loro mi fissarono sgranando gli occhi.

La collega si alzò dalla sedia dicendo –va bene, siamo  qui fuori… –

La sorella di Claudio non seguì subito la mia richiesta ed esordì –dottoressa, scusi se intervengo ma forse lei non ha Capito la gravità…violento non è…ma non parla, starà muto tutto il tempo e ti farà solo innervosire, tra un po’ già so che ci richiamerà…allora tanto vale che restiamo…almeno io-

Le sorrisi, la ringraziai e le rinnovai l’invito ad uscire.

Si diresse verso la porta stizzita borbottando  qualcosa alla collega, le salutai e tornai nella mia stanza.

Claudio si era accomodato spontaneamente su una della poltrone, il suo sguardo era sempre concentrato verso l’alto , ora sembrava guardasse un punto imprecisato della gigantografia alle mie spalle.

Non andai a sedermi  ma mi diressi verso la finestra, la aprii e con un ampio respiro mi voltai verso il ragazzo esordendo “che meraviglia…il sole è un regalo, a me cambia l’umore la sua presenza, e a te, Claudio, piace il sole?”

Claudio non rispose, guardava sempre in alto, la parete dietro di me, ma aveva ruotato leggermente la testa modificando il suo punto di osservazione. Gli passai davanti per andare a sedere e notai che aveva tirato fuori dal suo piccolo zainetto nero una clessidra di vetro piena di sabbia rosa.

Claudio era magro , pallido e il suo viso illuminato da due cristalli scurissimi, quasi neri.

Mi misi seduta e gli dissi che ero felice di vederlo, e che avrei voluto che mi dicesse perché si trovasse lì, nel mio studio, gli chiesi come avrebbe preferito trascorrere con me il nostro tempo a disposizione, se preferiva parlare, disegnare, o comunicare in altro modo.

Il ragazzo si chinò per prendere la clessidra che aveva posato sul pavimento e la girò,  la sabbia rosa al suo interno iniziò a defluire nell’ampolla in basso: Claudio aveva iniziato a segnare il “suo” tempo…il suo personalissimo tempo.

Fu allora che mi guardò, negli occhi, e i cristalli neri si ravvivarono.

“Bene” dissi,”ti va di parlarmi un po’ ?Liberamente…”

Claudio controllò la clessidra e iniziò a parlare con voce bassa, lentamente, ma con fare risoluto: “io devo muovermi spesso, prima che qualcuno venga a parlarmi, voglia sapere qualcosa da me o che possa iniziare a sentirmi parte della società. Io sono parte a sé stante, non posso stare in un posto e abituarmi a quel posto e far abituare gli altri a me.”

Mentre parlava tornava spesso a controllare la clessidra che aveva rovesciato già due volte.

Proseguì :”il tempo non esiste, io devo segnarlo,perciò uso questa…per salvarmi. Devo salvarmi dalle cose che sento a casa, che sento in ospedale, che sento per strada…sono discorsi senza senso che mi fanno girare la testa, perdere l’equilibrio e mi lasciano confuso. Io sono stato molto confuso da certi discorsi, sono Claudio, e adesso devo andare”.

Mentre pronunciava le ultime parole era già proteso in avanti sulla poltrona, in procinto di alzarsi.

“Claudio”, dissi, “Dai, parliamo ancora, mi piace sentire il tuo racconto…”, ma il ragazzo era già in piedi, aveva recuperato la sua clessidra e mentre la riponeva nel suo zaino nero mi guardò dispiaciuto e mi disse “Mi dispiace dottoressa, magari mi lasci uno dei suoi bigliettini e la cercherò io…adesso devo andare, io sono DISSOCIATO DALLE RELAZIONI PUBBLICHE, ho parlato con lei perché era simpatica ma adesso il suo tempo è finito”.

Lo seguii mentre aveva già aperto la porta e si avviava nel corridoio, ci vennero incontro la sorella e la mia collega alla quale dissi che ci saremmo sentite presto ma non ci fu tempo per i saluti, Claudio era diretto verso l’uscita, aveva ricominciato a guardare verso l’alto e le due donne facevano fatica a tenere il suo passo, attente a non perderlo di vista.

D’altra parte, lo aveva detto Claudio: il mio tempo era finito.

Claudio aveva adottato una forma di isolamento relazionale,era in fuga da tutte le circostanze in cui avrebbe dovuto instaurare una forma di comunicazione,coinvolgersi in una relazione interpersonale equivaleva ad una sorta di frammentazione della propria identità,quindi si proteggeva.

Aveva rifiutato le norme e i valori della famiglia di origine che gli erano stati imposti sotto forma di messaggi contraddittori, paradossali,magari ineccepibili nel contenuto ma in contrasto con le intenzioni profonde dell’emittente.

Claudio aveva creato la sua follia per liberarsi dalla trappola del paradosso, che lo inchiodava in una dimensione insostenibile, panica.

Claudio era riuscito a liberarsi dal limbo creato dai “doppi messaggi” ma era diventato schiavo della fuga: non fuggiva verso la libertà, ma dall’incontro con se stesso.

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