Diamo luce all’Ombra.

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La “realtà” che sperimentiamo è creata non solo dagli stimoli esterni che colpiscono i nostri sensi ma soprattutto da ciò che noi in qualche modo proiettiamo su di essi.
Costruiamo infatti la realtà esterna proiettandovi i nostri contenuti mentali, i nostri personalissimi significati, creati nel corso dello sviluppo attraverso la relazione con le figure genitoriali.
La nostra realtà interna costruisce la realtà che  sperimentiamo all’esterno dando ad essa significati che fanno parte delle nostre esperienze passate, del nostro vissuto.
“Vediamo ciò che siamo, non ciò che è.”, “Si riconosce solo ciò che si conosce.”
“Io credo, e lo dico sul serio, all’esistenza di un legame tra la mia ‘esperienza’ e ciò che accade ‘all’ esterno’ e che influisce sui miei organi di senso, ma non tratto questo legame come se fosse ovvio, bensì come una cosa misteriosa, che richiede molto studio. Quando dirigo gli occhi verso quello che penso sia un albero, ricevo un’immagine di qualcosa di verde. Ma questa immagine non è ‘all’ esterno’. Crederlo è già una forma di superstizione perché l’immagine è una creazione mia, prodotto di molte circostanze, compresi i miei preconcetti.” (G.Bateson)

Quando chiediamo a persone diverse di riferire su un fenomeno osservato, e poi di parlarci del loro vissuto personale, ascolteremo tante versioni diverse quanto il numero delle persone.

Questo  contributo personale, relativo alla realtà interna di ciascuno, che da forma e significato a ciò che si osserva all’esterno è, in altre parole, ciò che crea le differenze individuali nell’esperire il mondo.
Per poter vivere col necessario rispetto per le regole socialmente condivise, abbiamo dovuto accordarci su molti significati universalmente validi che garantiscono ordine sociale e anche la nostra sicurezza personale.
Nel rapporto più intimo con l’altro invece, nel momento in cui entrano in gioco  le emozioni e i sentimenti, e il rapporto diventa una forma di relazione, ognuno che vi prenda parte inizia a riflettere nella relazione stessa i propri contenuti inconsci, determinandone le modalità di svolgimento.
Questo processo è quasi tutto al di fuori della consapevolezza, purtroppo.
In questo modo proiettiamo all’esterno, attribuendone significati e responsabilità all’altro, una parte della nostra Ombra.
Evitiamo accuratamente di riconoscere l’Ombra dentro di noi, lavoro impegnativo e destrutturante che implica un’introspezione , un riconoscimento e un’assunzione di responsabilità che in pochi possono permettersi, e iniziamo a temerla e combatterla all’esterno.
Non poter riconoscere l’Ombra dentro di noi ci fa proiettare all’esterno l’aggressività repressa, i sentimenti di indegnità che nutriamo verso noi stessi, il nostro disvalore e tutto ciò che ci addolora e destabilizza dover riconoscere come “nostro”.
Qual è il primo passo per poter ricostruire un mondo esterno meno terrifico e “altri” meno spaventosi e temibili?
Ritirare le nostre proiezioni e riconoscerne i loro contenuti dentro di noi.
Ecco che allora il mondo esterno non ci apparirà più come un  nemico  spietato verso il quale innalzare potenti meccanismi di difesa che autoalimentano il nostro disagio psichico.
Il mondo esterno, costruito con tutto ciò che di noi vogliamo allontanare dalla coscienza, è diventato irriconoscibile, impraticabile, alienante.
Gli altri sono sgradevoli, inavvicinabili, pronti a danneggiarci e ad ostacolare i nostri progetti.
L’obiettivo di ogni percorso di crescita personale e di individuazione deve essere necessariamente quello di integrare l’Ombra nella nostra coscienza, renderci  consapevolezza della  sua valenza e dei suoi significati.
Riportare l’Ombra alla luce arricchisce la nostra personalità di aspetti unici e sorprendenti, su cui investire per la nostra piena realizzazione.
 Affrontare la nostra Ombra è un lavoro imprescindibile nell’integrazione e nello sviluppo della nostra personalità, quando si diventa consapevoli della propria Ombra si acquisisce un nuovo valore, un nuovo spessore e ciò che realizziamo potrà avere il dono dell’autorevolezza.
Se  non intraprendiamo il lavoro sulla nostra parte oscura e repressa,continueremo a proiettare all’esterno aspetti fondanti di noi,  trasformando arbitrariamente  cose,  persone ed esperienze.
 
“È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. È questa la domanda – sei capace d’amare te stesso?”
(Carl Gustav Jung)
Non ti accorgi che l’Altro è anche dentro di te. Pensi invece che venga in qualche modo da fuori e ritieni di scorgerlo anche nelle opinioni e azioni del tuo prossimo che ti ripugnano. Lì lo combatti, essendo del tutto accecato. Chi invece accetta l’Altro che gli viene incontro, perché è presente anche in lui, non lotta più, ma guarda dentro di sé e tace.
(Carl Gustav Jung)

Chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stessoLo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente.
(Carl Gustav Jung)

 L’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo che ci circonda . Quando si è in grado di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza si è solo assolta una piccola parte del compito.”

(Carl Gustav Jung)

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