Il bonsai, la disciplina e le regole della vita.

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Entrò nel mio studio accompagnato dalla moglie, non si sentiva più padrone della propria vita da un po’, era pervaso da stati di angoscia molto profonda e si rifiutava di guidare l’automobile anche per brevi spostamenti.

Iniziai a parlare e scoppiò in un pianto liberatorio che durò per quasi  tutta la seduta.

Un uomo di quasi ottant’anni che dopo la prima, attenta, osservazione, non potevo non  accogliere come ci si rapporta con un bambino di otto,nove anni di età.

Chiedeva aiuto con lo sguardo e accompagnava le poche parole che riusciva a pronunciare con entrambe le mani giunte,come in una preghiera.

Ebbi da subito una naturale propensione a prendermi cura di quel tenerissimo bambino di quasi ottant’anni, e lui lo capì, perchè a tratti il suo sguardo si illuminava, avvicinava la sedia su cui sedeva alla mia scrivania e accennava un sorriso.

Andando via mi lasciò serena e con la sensazione di aver ricevuto un dono importante.

Domenico era di sicuro una persona speciale, straordinaria, e non vedevo l’ora di scoprire qualcosa in più di lui.

Nelle sedute che seguirono notai che il suo sguardo era cambiato,le crisi di pianto non interrompevano quasi più i suoi racconti che anzi, diventavano narrazioni avvincenti di una vita ricca di esperienze.  L’amore per gli altri e la grande generosità costituivano gli elementi più importanti della sua personalità, oltre ad una spiccata sensibilità che rendeva il suo “sentire”molto profondo , sicuramente fuori dal comune.

Era da un po’ che aveva preso l’abitudine di preannunciarsi fischiettando mentre entrava nel corridoio che lo conduceva da me, ma un fischiettio appena percettibile, non fastidioso, che accompagnava il suo curioso modo di procedere, quasi a piccoli balzi, come gli orsacchiotti che seguono la madre nelle escursioni fuori dalla tana.

Avevo ascoltato i  racconti delle sue grandi passioni: lo sport ,la natura e la creazione di mobili in ferro e legno molto originali, ad incastro e intaglio.

Avevo imparato il significato dei suoi silenzi, delle sue pause ed ero stata contagiata dalla sua simpatia contagiosa di uomo semplice, autentico.

Avevo passato in rassegna con lui tutte le foto più significative della sua vita, con i figli di pochi anni, gli amati nipoti e alcuni scatti molto intensi della moglie ancora ragazzina.

Un giorno sentii il suo curioso fischiettio e riconobbi il suo passo da orsacchiotto ma mi accorsi che arrivando davanti al portone del mio studio si fermò ma non bussò come al solito.

Iniziò a chiamarmi sottovoce: “Dottoré…mica mi puoi aprire il portone…so’ Domenico”

Io lo accolsi come al solito chiamandolo a gran voce “Mimmoooooo, eccomiiii, arrivooooo”

Aprii la porta e Mimmo era davanti a me,sudato per l’emozione, con le mani che tremavano sotto il peso del vaso di terracotta che stringeva e che, senza dire nulla, si affrettò a posare a terra.

Mi guardò soddisfatto, riguardò il vaso e si chinò per sfiorare con delicatezza una foglia della piantina di bonsai che aveva iniziato a creare cinque anni prima, mi spiegò in seguito.

La mia sorpresa era totale, Mimmo decise anche come e dove dovevo sedermi perchè potessi osservare dalla giusta angolazione la sua creatura, perchè ,mi spiegò, “Il bonsai si guarda solo da una parte…l’angolazione da cui si riesce a cogliere appieno la sua bellezza armonica e rilassante”

Iniziò a raccontarmi i misteri di queste strane piante, che pur mantenendo tutte le caratteristiche delle piante originarie da cui provengono, hanno dimensioni piccolissime mantenute tali anche dalla deprivazione di nutrimento nonchè da accorgimenti, interventi e dedizione continua da parte dell’uomo.

Vengono infatti “costrette” a vivere in pochissima terra e in particolari vasi dalle sponde molto basse.

Volli sapere curiosa come si poteva ottenere un simile risultato.

Mi spiegò che durante le sue passeggiate nei boschi era attratto da piccole pianticelle che già intuiva sarebbero potute diventare dei  bonsai, per via della loro naturale disposizione dei rami, delle proporzioni tra fusto e chioma e altri particolari.

Perchè un bonsai fosse maturo dovevano passare anni…ci voleva molta pazienza e non bisognava arrendersi di fronte ai primi fallimenti…ma riprovare cambiando terriccio, tipo di potatura, esposizione e tanto altro.

La natura ha tempi molto lunghi e quando l’uomo prova ad alterarne certi funzionamenti i risultati non  sono sempre soddisfacenti.

Molto spesso infatti, bonsai derivati dalla stessa pianta, mi spiegava Mimmo, mostrano di avere esigenze completamente diverse e mentre uno segue docilmente le regole che il suo creatore gli impone,l’altro reagisce producendo foglie anomale, rami non allineati con la forma finale che a quella pianta si vuole far assumere.

Alla pianta destinata a diventare bonsai viene reciso l’apparato radicale che per un anno viene fatto invece crescere e fortificare, una prima e drastica mutilazione della sua natura…

Poi vengono tagliati i rami che il suo creatore considera non armonici, e quasi completamente stravolto l’assetto dei rami superstiti con l’imposizione di fili di rame che ne modificano orientamento e piegature.

La fase decisiva è proprio questa. E’ la resistenza a queste imposizioni esterne che decreterà la sopravvivenza della pianta e il suo futuro da bonsai o la sua  morte.

Mi spiegava Mimmo che già alle prime  piegature forzate, mantenute tali dall’inserzione di fili di rame , alcune piante si lasciano morire, non accettano che venga modificata la loro vera identità e anche una volta smontati i fili di rame per lasciarla libera al suo destino, essa prosegue il suo declino inesorabile abbassando il “capo” e ritirandosi in una fase involutiva,perdendo le foglie, cambiando colore e…morendo.

Il bonsai regalo di Mimmo è venuto a vivere con me, lo osservo tutte le mattine per controllare che il terriccio sia costantemente umido e osservo i piccolissimi cambiamenti nella crescita dei germogli sui rami.

Ma ancora non è abbastanza” disciplinato” per poter proseguire in autonomia il suo percorso e infatti aspettiamo di vedere come saranno le sue nuove foglie primaverili:se proporzionate al fusto e ai rami saranno già le sue foglie definitive, se la loro dimensione dovesse ancora ricordare troppo quelle della pianta originaria, Mimmo dovrà intervenire “suggerendogli” di produrne di più piccole…

Spero che il mio bonsai vivrà molto a lungo, e che potrà testimoniare con la sua forte armonia e la sua tenacia, gli sforzi, la costanza e la determinazione che Mimmo ha investito nel progetto della sua creazione.

I bonsai vivono anche per  secoli e quando io e Mimmo non ci saremo più,resterà per chi potrà e vorrà sentirlo, l’affetto  speciale che ci ha legati, il percorso di cambiamento lungo e impegnativo che abbiamo fatto insieme, in cui la nostra alleanza è stata la forza meravigliosa che  ha insegnato al mio paziente a guardare e affrontare la vita in  modi migliori, ad amarla .

La vita accade, ma noi dobbiamo renderla speciale.

 

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